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Che cos’è la variante Sudafricana del virus

Si tratta sostanzialmente di una mutazione del virus nella proteina "spike", quella che il virus utilizza per legarsi ai recettori e penetrare nelle nostre cellule

coronavirus

Nella giornata di mercoledì 4 febbraio è stato dato l’annuncio da parte delle autorità sanitarie del primo isolamento in un paziente atterrato a Malpensa della “variante sudafricana” del coronavirus SarsCov2.

Si tratta di una variante del virus (denominata tecnicamente 501.V2) individuata per la prima volta dalle autorità sudafricane da campioni prelevati tra il 15 ottobre e il 25 novembre 2020. Dai primi di novembre, la variante individuata, era già diventata la variante dominante tra i campioni positivi sequenziati, presentandosi in più del 90% dei sequenziamenti nella settimana con inizio il 16 novembre.

Si tratta sostanzialmente di una mutazione del virus nella proteina “spike”, quella che il virus utilizza per legarsi al recettore ACE2 attraverso il quale penetra nelle nostre cellule. Fuori dai tecnicismi significa che i cambiamenti in questa parte della proteina spike possono far sì che il virus diventi più contagioso e si diffonda più facilmente tra le persone.

I risultati degli studi indicano infatti che questa variante sia associata a una carica virale più elevata e ad una maggiore trasmissibilità. Gli studi, invece, dicono che non ci sono prove che l’infezione da 501.V2 sia associata a maggiore gravità della malattia.

L’attenzione sulle varianti del virus, in particolare in quelle identificate in Sudafrica, Inghilterra e in Brasile, è dunque molto alta perché una loro diffusione potrebbe determinare un nuovo incremento dei contagi, per di più a ridosso di una campagna vaccinale che deve ancora partire seriamente.

Attualmente i principali vaccini sembrano efficaci anche nei confronti delle nuove varianti.

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Pubblicato il 04 Febbraio 2021

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