“Fermarmi in Svizzera è stata una mia scelta”
Stefano Rolli è un frontaliere di 33 anni che da dieci giorni vive in un motel del Canton Ticino. «Nessuno mi ha obbligato a restare qui»
Stefano Rolli ha appena finito il primo turno in fabbrica e sta prendendo il sole sul balcone di un motel del Canton Ticino dove alloggia da circa dieci giorni. È uno dei tanti lavoratori frontalieri a cui in questo momento di emergenza sanitaria è stato chiesto di trasferirsi a vivere momentaneamente in Svizzera.
«Vorrei sfatare una cosa che ho letto in questi giorni sui giornali – puntualizza il lavoratore -. Per quanto mi riguarda nessuno mi ha obbligato a restare qui. Mi è stata chiesta la disponibilità e io l’ho data come tanti altri miei colleghi».
Tre settimane fa è arrivata una comunicazione garbata ma senza fronzoli, a cui era già preparato: «In questi giorni tenga con sè una valigia con il cambio». Nella sua azienda, che impiega circa settanta dipendenti, sono stati scelti in quindici su tutti coloro che hanno dato la disponibilità. Un gruppo sufficiente per mandare avanti la fabbrica anche in caso di chiusura totale dei valichi di frontiera con l’Italia. Sul posto di lavoro non ha avuto problemi di approvvigionamento di guanti e mascherine perché essendo una fabbrica alimentare hanno l’obbligo di adottarli sempre, compresi calzari sulle scarpe e copricapo sui capelli.
«Abbiamo già ricevuto una lettera con le indicazioni di tutte le precauzioni da prendere al momento della ripresa – spiega il frontaliere -. Da noi c’è una forte attenzione alla salute e alla salubrità degli ambienti di lavoro».
Stefano, che ha 33 anni e una laurea in scienze motorie, ha la passione per lo sport e nel tempo libero fa il preparatore atletico nel settore giovanile di una squadra di calcio della provincia di Varese. In questo momento, la sua giornata, dopo il turno di lavoro, trascorre tra letture e tivù. Lui e i suoi colleghi seguono le normative anticontagio emesse dalle autorità elvetiche: dormono in camere singole e per mangiare, visto che i ristoranti sono chiusi, vanno a cucinare il cibo nella mensa aziendale, evitando di sovrapporsi ai lavoratori degli altri turni.
Stefano si ritiene molto fortunato perché lavora in un’azienda che definisce «scrupolosa». «Tre settimane fa quando i ristoranti erano ancora aperti – sottolinea il lavoratore – abbiamo incrociato altri frontalieri che con l’avvicinarsi dell’emergenza ci hanno detto che rimanevano in fabbrica a dormire con il sacco a pelo sui bancali. È una cosa che nella nostra azienda non sarebbe nemmeno immaginabile».
Il sindacato Cristiano Sociale, con riferimento a questi casi estremi, parlò di «dormitori improvvisati» e «situazione che sta degenerando». A ben guardare, oggi, forse il problema non è più la chiusura totale o parziale delle frontiere ma il fatto che la pandemia è ormai conclamata. Non è un caso che l’azienda dove lavora Stefano ha deciso di chiudere per le prossime due settimane e in previsione dello stop ha regalato ai dipendenti un kit di dispositivi di sicurezza individuale, venti paia di guanti e altrettante mascherine, da portare a casa.
Nelle ore libere Stefano ha deciso di non rientrare in Italia. Venerdì doveva fare il rogito dal notaio per l’acquisto della prima casa ma ha dato la procura al padre per andare a firmare l’atto. «Approfitterò della chiusura dell’azienda per fare il mio primo trasloco» dice sorridendo.





