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All’ospedale di Varese il tumore al fegato inoperabile si “bombarda” con microsfere radioattive

Dal gennaio scorso, la tecnici, che è usata solo in una ventina di centri italiani, è attuata dalla medicina nucleare in team con gli specialisti della radiologia interventistica e della Fisica sanitaria

radiologia interventistica

 

Combattere il tumore al fegato non operabile con microsfere radioattive contenenti ittrio 90. È la tecnica applicata dal team multidisciplinare dell’Asst Sette Laghi composto dagli specialisti della medicina nucleare, della radiologia interventistica, della fisica sanitaria, oltre ovviamente a quelli dell’oncologia medica e della gastroenterologia.

«Tecnicamente, – spiega il Dott. Diego De Palma, Direttore della Medicina Nucleare – si procede con uno studio diagnostico mediante un radiofarmaco che, iniettato, permette di evidenziare la dislocazione e la diffusione delle lesioni epatiche, così da valutare la fattibilità del trattamento e stabilire, insieme all’esperto di Radioprotezione della Fisica Sanitaria, la corretta attività terapeutica. Successivamente, a distanza di 3-4 settimane, si procede con la somministrazione della terapia, cioè con l’iniezione delle microsfere radioattive».

Questa tecnica è offerta ai pazienti con tumore epatico non operabile dell’ospedale di Varese dallo scorso mese di gennaio. Si tratta di situazioni dove il tumore è diffuso all’intero organo o comunque ad un intero lobo. Il trattamento tecnicamente si chiama SIRT, Selective Intra-arterial Radiation Therapy e viene offerto da una ventina di centri in tutt’Italia.

Si procede nella sala di radiologia interventistica: a seconda della collocazione delle lesioni, il radiologo raggiunge con un catetere l’arteria epatica nel punto più idoneo per colpire in modo mirato. Una volta aperta la strada, è il medico nucleare che somministra le microsfere che, a migliaia, si vanno a posizionare nei vasi capillari che irrorano le lesioni tumorali da distruggere con le radiazioni. 

Le microsfere hanno un diametro tale da permettere di raggiungere i vasi capillari, ma non di andare oltre: si evita così il rischio che  ritornino nei grandi vasi venosi che le porterebbero nelle altre parti dell’organismo causando pericolose ulcere. L’indicazione al trattamento è sempre condivisa all’interno del Team Multidisciplinare di Oncologia Gastroenterologica aziendale per escludere che il tumore derivi malattie cirrotiche che potrebbero aver alterato la circolazione intorno al fegato mettendo a rischio il paziente durante il trattamento vero e proprio.

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Pubblicato il 12 Febbraio 2022

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